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BEATRICE CENCI



La breve vita di Beatrice Cenci, giovane donna romana di nobile famiglia , vissuta nel XVI secolo, fu un vero e proprio calvario; sia lei che gli altri familiari, subivano continuamente abusi e violenze da parte del padre Francesco. Lui era un tipo molto aggressivo, lussurioso e sadico. Si dice addirittura che godesse nel vedere soffrire le persone, specialmente i propri famigliari. Fu imputato e condannato varie volte per le violenze commesse sia all’interno che all’esterno della famiglia, ma riuscì sempre a venirne fuori perché era una persona di alto rango, dunque potente e molto ricca, per cui gli riusciva facile corrompere i suoi accusatori. Ma questi suoi continui misfatti che prontamente sedava con pagamenti di ingenti somme, intaccavano il patrimonio di famiglia e questo inaspriva sempre più i rapporti con i figli più grandi, specialmente con Giacomo, che era il primogenito. I figli caratterialmente, non erano da meno del padre; sono ben note le violenze di Rocco e di Cristoforo, culminate tragicamente per entrambi. Lo stesso Giacomo sposò Ludovica Velli senza l’autorizzazione del padre, che all’epoca una simile azione non era cosa da poco! E fu proprio dopo questo ennesimo tentativo andato a vuoto che Beatrice matura l’idea di liberarsi del padre definitivamente facendolo ammazzare. In un primo momento si pensò di avvelenarlo, mettendo del veleno nel vino, o nei cibi; ma ci fu un ripensamento, perché era consuetudine del conte far assaggiare prima a Beatrice tutto ciò che lui doveva mangiare e bere, per il timore, appunto, di essere avvelenato. Dunque si pensò ad altro. A questo punto lo storia, o leggenda, ci mette davanti due versioni. La prima dice che una sera con uno stratagemma, Beatrice e Lucrezia riuscirono in qualche modo a far mangiare un po’ di oppio al conte, il quale cadde in un sonno profondo, e pesante. Subito le due donne chiamarono Olimpio e Marzio (altro vassallo), i quali entrarono in camera. Uno gli conficcò un chiodo in testa con l’ausilio di un martello, e l’altro un chiodo in gola. Il sangue cominciò a scorrere copiosamente, imbrattando tutto il letto e il pavimento. Poi avvolsero in fretta il corpo in un lenzuolo e lo buttarono dal balcone nell’orto sottostante, facendo pensare ad un incidente. Beatrice disse alla lavandaia che quel sangue sul lenzuolo era dovuto al ciclo mestruale venutogli la sera prima. L’altra versione invece dice che il conte Cenci aveva la gotta e per questo passava le giornate quasi interamente a letto. Era assistito da un vecchio e fedele servo, Giorgio. Dopo alcuni tentativi falliti per contrattempi, la sera dell’ 8 Settembre i due sicari (Olimpio e Marzio) entrano segretamente nel maniero. Ma ci fu ancora un impedimento: Olimpio fu colpito da un forte attacco di tosse e costretto a rinunciare. Questo provocò l’ira di Beatrice che vide sfumare l’ennesimo tentativo. Il mattino seguente Beatrice allontanò Giorgio, il servo, mandandolo in paese a fare la spesa, per poi accompagnare Olimpio e Marzio nella stanza dove dormiva il padre. Al di la di quale sia quella vera delle due di versioni, di sicuro è che il parricidio venne compiuto. I Cenci furono ritenuti tutti colpevoli e fatti imprigionare, per poi essere interrogati. Per farli parlare, furono torturati, tranne Bernardo, che all’epoca aveva solo 12 anni. Attuarono la tortura della corda, che, purtroppo non risparmiò nessuno. A nulla valsero le testimonianze e le difese a favore dei Cenci, i quali furono tutti condannati a morte, eccetto Bernardo, che ebbe salva la vita in cambio di una pesantissima punizione. Vennero rinchiusi a Tor di Nona e a Corte Savella e la mattina dell’11 Settembre1599, vennero caricati su di un carro e portati a Castel S. Angelo, luogo delle esecuzioni. Durante il tragitto, una folla trepidante si ammassava ai bordi della strada; la gente si inerpicava sui parapetti dei ponti, alcuni caddero in acqua e annegarono. Beatrice aveva la testa dritta e lo sguardo fisso di chi affronta la morte con dignità. Il primo a salire sul patibolo, fu Bernardo, che era stato graziato, ma condannato ad assistere al supplizio, per poi tornare subito in carcere per un anno, e finire infine la sua vita alle galere. Poi fu la volta di Lucrezia, che ormai priva di sensi, venne distesa sulla panca e in un attimo la mannaia le recise il capo. Poi toccò a Beatrice; la folla cominciò a mormorare e a singhiozzare. La giovane poggiò la testa sulla tavola e in un istante la spada del boia scese sul suo collo. Il giovane Bernardo non resse al barbaro e crudele spettacolo e svenne. Infine arrivò il turno di Giacomo; anche lui poggiò il capo sul ceppo e con un forte colpo il boia glie lo sfondò con una grossa mazza. Secondo alcune testimonianze il corpo di Beatrice ricevette gli onori del popolo e fu portato nella chiesa di S. Pietro in Montorio, come lei stessa aveva espresso volontà poco prima di morire. Per concludere questa triste storia , c’è da dire che una piccola rivincita, se vogliamo chiamarla così, da parte dei Cenci c’è stata. I due boia e cioè, Mastro Alessandro Bracca e Mastro Peppe che giustiziarono Lucrezia e Beatrice, finirono tragicamente lo loro vita. Il primo morì dopo 13 giorni, oppresso da incubi notturni; il secondo morì un mese dopo, accoltellato a Porta Castello, proprio nel punto in cui si ergeva il patibolo. Alla fine dell’800, durante dei lavori di scavo per l’incanalamento del Tevere, proprio nel punto in cui si innalzava il patibolo, fu ritrovata sul greto del fiume, una grossa spada risalente al XVI secolo. La sua lama è lunga 101 cm e larga 5 alla sommità e 7 alla base, ed è conservata al museo Criminologico di Roma. Quasi sicuramente è la spada che decapitò Lucrezia Petroni e Beatrice Cenci.



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